in direzione ostinata e contraria
#serenissima giornata! Il #sole per davvero sul #cielo di #milano…

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Ormai siamo alla difesa teologica del diritto all’elemosina:

L’editoriale di giovedì del Corriere del Veneto , però, ha messo a fuoco il punto: «Sino a prova contraria, al passante spetta la libertà dell’offerta o meno a chi chiede l’elemosina», e ha chiesto: «Si può rimuovere per editto la povertà? Si può cancellare dai nostri occhi chi chiede la carità? La miseria, in quanto tale, andrebbe combattuta, non multata».

E il direttore della Caritas padovana, don Luca Facco, riporta la questione al suo senso originale. «Dal punto di vista cristiano la possibilità di dare o chiedere l’elemosina è un diritto sacrosanto che va riconosciuto a qualsiasi persona. Lo fa la stessa Bibbia. L’importante è non alimentare le forme moleste, ma questo vale per tutto ciò che diventa pesante e aggressivo».

Ora, non sono e non voglio essere un campione di cristianità, ma senza bisogno di scomodare Sant’Agostino, i padri della Chiesa e tantomeno il Vangelo, non sfugge credo a nessuno, soprattutto agli operatori del sociale, che dietro alle folle di questuanti, zingari e non, nelle nostre città esiste un vero e proprio racket gestito dalle varie criminalità organizzate nostrane e di importazione. E lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non è forse contrario ai precetti della fede cristiana?
Elemosina sequestrata. La battaglia dei sindaci contro i mendicanti
dal Corriere della Sera del 24/08/14
Elemosina sequestrata 
La battaglia dei sindaci contro i mendicanti. Niente elemosina nella città del Santo. Il sindaco leghista di Padova Massimo Bitonci a settembre intende modificare il regolamento dei vigili urbani inserendo il divieto di accattonaggio. «Una soluzione che mi permette di rendere il provvedimento definitivo. Altrimenti, una normale ordinanza avrebbe dovuto avere scadenza temporale: lo stabilisce una sentenza della Corte costituzionale del 2011. Così invece non ci sono problemi», chiosa il primo cittadino, che rimbalza le critiche dell’opposizione con l’esperienza già collaudata da lui stesso nel Comune di Cittadella, dove la violazione comportava una sanzione tra i 25 e i 500 euro oltre alla confisca del denaro della questua. «È stato questo il deterrente più efficace, dopo non si facevano più vedere e i soldi venivano tenuti dall’amministrazione per il pagamento della multa», chiarisce soddisfatto.

L’iniziativa non è isolata. Ad aprile Flavio Tosi, poco prima di essere rieletto, aveva fissato una multa stupefacente fino a cinquecento euro per chi portava cibo, bevande, coperte o vestiti ai clochard del centro. Pare che i residenti non sopportassero che il salotto buono della città si trasformasse in un asilo per sbandati: l’ordinanza dovrà essere rispettata fino al 31 ottobre. Magro bottino, invece, per il piano anti-accattoni di Bergamo: in due anni il bilancio, fatto poche settimane fa, è stato di due multe al giorno, che nessuno (o quasi) paga. Hanno vietato l’elemosina, sempre a tempo determinato, i sindaci di Bressanone e Rovereto, nel periodo natalizio, quando i questuanti intralciavano i già affollatissimi mercatini di Natale, e quelli di Voghera e di Aosta, nello stesso periodo.

Gli amministratori le chiamano «ordinanze contro il racket», insomma una risposta all’appello lanciato dall’allora ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, che nel 2012 aveva denunciato dietro il fenomeno dell’accattonaggio «interessi criminali che finiscono per colpire le persone più fragili e indifese, portatrici di handicap, minori di varie nazionalità ed etnie, coinvolti fino al loro inserimento nei circuiti del lavoro forzato» e pertanto aveva spiegato che «lo sfruttamento» poteva essere contrastato «anche con specifiche ordinanze adottate dai sindaci in base all’articolo 54 del testo unico degli enti locali».

Ed è per questo motivo che il sindaco di Padova dice di aver scelto le maniere forti. Spiega Bitonci: «Il mio ruolo implica delle responsabilità anche in materia di sicurezza pubblica: le condivido con il prefetto e il questore. Credo fortemente in un tipo di sicurezza partecipata dove ogni componente, agenti, carabinieri e polizia municipale, lavorano insieme. E poi parlo da cattolico: un conto è la carità cristiana e aiutare chi ha bisogno, un altro è alimentare la criminalità».


L’editoriale di giovedì del Corriere del Veneto , però, ha messo a fuoco il punto: «Sino a prova contraria, al passante spetta la libertà dell’offerta o meno a chi chiede l’elemosina», e ha chiesto: «Si può rimuovere per editto la povertà? Si può cancellare dai nostri occhi chi chiede la carità? La miseria, in quanto tale, andrebbe combattuta, non multata».

E il direttore della Caritas padovana, don Luca Facco, riporta la questione al suo senso originale. «Dal punto di vista cristiano la possibilità di dare o chiedere l’elemosina è un diritto sacrosanto che va riconosciuto a qualsiasi persona. Lo fa la stessa Bibbia. L’importante è non alimentare le forme moleste, ma questo vale per tutto ciò che diventa pesante e aggressivo». Il sacerdote aggiunge la sua esperienza nella città di Sant’Antonio. «Non possiamo non accorgerci dell’aumento delle persone estremamente povere. Eppure i miei occhi vedono tanti padovani che portano fuori dai negozi giubbotti, scarpe, che pagano il caffè a chi non se lo può permettere e lo fanno in modo discreto e silenzioso. Soprattutto, il pretesto dell’elemosina diventa l’occasione per far incontrare le persone. Davvero, c’è tanta sensibilità».



di Elvira Serra

Ormai siamo alla difesa teologica del diritto all’elemosina:

L’editoriale di giovedì del Corriere del Veneto , però, ha messo a fuoco il punto: «Sino a prova contraria, al passante spetta la libertà dell’offerta o meno a chi chiede l’elemosina», e ha chiesto: «Si può rimuovere per editto la povertà? Si può cancellare dai nostri occhi chi chiede la carità? La miseria, in quanto tale, andrebbe combattuta, non multata».

E il direttore della Caritas padovana, don Luca Facco, riporta la questione al suo senso originale. «Dal punto di vista cristiano la possibilità di dare o chiedere l’elemosina è un diritto sacrosanto che va riconosciuto a qualsiasi persona. Lo fa la stessa Bibbia. L’importante è non alimentare le forme moleste, ma questo vale per tutto ciò che diventa pesante e aggressivo».

Ora, non sono e non voglio essere un campione di cristianità, ma senza bisogno di scomodare Sant’Agostino, i padri della Chiesa e tantomeno il Vangelo, non sfugge credo a nessuno, soprattutto agli operatori del sociale, che dietro alle folle di questuanti, zingari e non, nelle nostre città esiste un vero e proprio racket gestito dalle varie criminalità organizzate nostrane e di importazione. E lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non è forse contrario ai precetti della fede cristiana?

Elemosina sequestrata. La battaglia dei sindaci contro i mendicanti

dal Corriere della Sera del 24/08/14

Elemosina sequestrata 
La battaglia dei sindaci contro i mendicanti. Niente elemosina nella città del Santo. Il sindaco leghista di Padova Massimo Bitonci a settembre intende modificare il regolamento dei vigili urbani inserendo il divieto di accattonaggio. «Una soluzione che mi permette di rendere il provvedimento definitivo. Altrimenti, una normale ordinanza avrebbe dovuto avere scadenza temporale: lo stabilisce una sentenza della Corte costituzionale del 2011. Così invece non ci sono problemi», chiosa il primo cittadino, che rimbalza le critiche dell’opposizione con l’esperienza già collaudata da lui stesso nel Comune di Cittadella, dove la violazione comportava una sanzione tra i 25 e i 500 euro oltre alla confisca del denaro della questua. «È stato questo il deterrente più efficace, dopo non si facevano più vedere e i soldi venivano tenuti dall’amministrazione per il pagamento della multa», chiarisce soddisfatto.

L’iniziativa non è isolata. Ad aprile Flavio Tosi, poco prima di essere rieletto, aveva fissato una multa stupefacente fino a cinquecento euro per chi portava cibo, bevande, coperte o vestiti ai clochard del centro. Pare che i residenti non sopportassero che il salotto buono della città si trasformasse in un asilo per sbandati: l’ordinanza dovrà essere rispettata fino al 31 ottobre. Magro bottino, invece, per il piano anti-accattoni di Bergamo: in due anni il bilancio, fatto poche settimane fa, è stato di due multe al giorno, che nessuno (o quasi) paga. Hanno vietato l’elemosina, sempre a tempo determinato, i sindaci di Bressanone e Rovereto, nel periodo natalizio, quando i questuanti intralciavano i già affollatissimi mercatini di Natale, e quelli di Voghera e di Aosta, nello stesso periodo.

Gli amministratori le chiamano «ordinanze contro il racket», insomma una risposta all’appello lanciato dall’allora ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, che nel 2012 aveva denunciato dietro il fenomeno dell’accattonaggio «interessi criminali che finiscono per colpire le persone più fragili e indifese, portatrici di handicap, minori di varie nazionalità ed etnie, coinvolti fino al loro inserimento nei circuiti del lavoro forzato» e pertanto aveva spiegato che «lo sfruttamento» poteva essere contrastato «anche con specifiche ordinanze adottate dai sindaci in base all’articolo 54 del testo unico degli enti locali».

Ed è per questo motivo che il sindaco di Padova dice di aver scelto le maniere forti. Spiega Bitonci: «Il mio ruolo implica delle responsabilità anche in materia di sicurezza pubblica: le condivido con il prefetto e il questore. Credo fortemente in un tipo di sicurezza partecipata dove ogni componente, agenti, carabinieri e polizia municipale, lavorano insieme. E poi parlo da cattolico: un conto è la carità cristiana e aiutare chi ha bisogno, un altro è alimentare la criminalità».



L’editoriale di giovedì del Corriere del Veneto , però, ha messo a fuoco il punto: «Sino a prova contraria, al passante spetta la libertà dell’offerta o meno a chi chiede l’elemosina», e ha chiesto: «Si può rimuovere per editto la povertà? Si può cancellare dai nostri occhi chi chiede la carità? La miseria, in quanto tale, andrebbe combattuta, non multata».

E il direttore della Caritas padovana, don Luca Facco, riporta la questione al suo senso originale. «Dal punto di vista cristiano la possibilità di dare o chiedere l’elemosina è un diritto sacrosanto che va riconosciuto a qualsiasi persona. Lo fa la stessa Bibbia. L’importante è non alimentare le forme moleste, ma questo vale per tutto ciò che diventa pesante e aggressivo». Il sacerdote aggiunge la sua esperienza nella città di Sant’Antonio. «Non possiamo non accorgerci dell’aumento delle persone estremamente povere. Eppure i miei occhi vedono tanti padovani che portano fuori dai negozi giubbotti, scarpe, che pagano il caffè a chi non se lo può permettere e lo fanno in modo discreto e silenzioso. Soprattutto, il pretesto dell’elemosina diventa l’occasione per far incontrare le persone. Davvero, c’è tanta sensibilità».




di Elvira Serra

Questo l’articolo pubblicato oggi da L’Eco di Bergamo che raccoglie alcuni passaggi della lettera indirizzata dal figlio di una delle vittime del Brigatista Renato Curcio al Sindaco del Comune di Torre Boldone, Claudio Sessa, che aveva apertamente criticato la scelta di Rifondazione Comunista (ebbene sì, esistono ancora…) di ospitare il protagonista degli anni di piombo nella giornata conclusiva della propria festa, domenica 24 agosto scorso. Vale la pena di leggerla per capire il dolore delle vittime e l’arroganza degli assassini:
Mio papà ucciso dalle Br Curcio nella Bergamasca è uno show che rattrista»
Ora Piero Mazzola torna sulla vicenda con una lettera in cui si dice «rattristato per il fatto che lo show abbia luogo nel Bergamasco, terra di origine di mio padre (era nato a Telgate)». «Mi corre l’obbligo – scrive ancora Mazzola – di rinfrescare la memoria agli immemori (forse) organizzatori che sono certo non intendono essere dei tragici epigoni delle gesta del loro importante (si fa per dire) ospite, che per quanto mi riguarda non rappresenta altro che la cultura del male».
Curcio, spiega Mazzola, «viene generalmente indicato solo quale un ideologo che non si è mai macchiato di delitti di sangue. Niente di più falso. Al contrario, Renato Curcio è stato condannato in tutti e tre i gradi di giudizio assieme ad Alberto Franceschini, Mario Moretti, Giorgio Semeria, Roberto Ognibene, Susanna Ronconi e Martino Serafini, quale colpevole di duplice omicidio nelle persone di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Omicidio particolarmente vigliacco, in quanto le vittime erano disarmate, ed efferato, in quanto mio padre prima è stato ferito all’inguine e poi trucidato con un colpo in fronte».
Mazzola ricorda i tragici momenti in cui si trovò a contatto con il cadavere del padre e si rivolge agli organizzatori affermando che se avessero passato una situazione simile «sarebbero forse più cauti nel dire che Renato Curcio ha pagato il suo debito con lo Stato e che è come uno di noi, di certo non come me e i miei fratelli. Ho letto che secondo gli organizzatori Curcio non ha parlato di terrorismo ma ha intrattenuto l’uditorio su problemi del lavoro. È un argomento che lui conosce bene da tempo e in tutte le sue sfumature, forse non è inutile sapere che il duplice omicidio dopo il fatto è stato qualificato su Controinformazione, pubblicazione a cura delle Brigate Rosse, come semplice “incidente sul lavoro”. Bell’esempio di lavoro».
«Come non esistono gli ex morti – conclude il figlio di Giuseppe Mazzola – così simmetricamente non esistono gli ex assassini. Tutta la mia solidarietà ai cittadini di Torre Boldone che sono certo non meritano tutto questo».

Questo l’articolo pubblicato oggi da L’Eco di Bergamo che raccoglie alcuni passaggi della lettera indirizzata dal figlio di una delle vittime del Brigatista Renato Curcio al Sindaco del Comune di Torre Boldone, Claudio Sessa, che aveva apertamente criticato la scelta di Rifondazione Comunista (ebbene sì, esistono ancora…) di ospitare il protagonista degli anni di piombo nella giornata conclusiva della propria festa, domenica 24 agosto scorso. Vale la pena di leggerla per capire il dolore delle vittime e l’arroganza degli assassini:

Mio papà ucciso dalle Br Curcio nella Bergamasca è uno show che rattrista»

Ora Piero Mazzola torna sulla vicenda con una lettera in cui si dice «rattristato per il fatto che lo show abbia luogo nel Bergamasco, terra di origine di mio padre (era nato a Telgate)». «Mi corre l’obbligo – scrive ancora Mazzola – di rinfrescare la memoria agli immemori (forse) organizzatori che sono certo non intendono essere dei tragici epigoni delle gesta del loro importante (si fa per dire) ospite, che per quanto mi riguarda non rappresenta altro che la cultura del male».

Curcio, spiega Mazzola, «viene generalmente indicato solo quale un ideologo che non si è mai macchiato di delitti di sangue. Niente di più falso. Al contrario, Renato Curcio è stato condannato in tutti e tre i gradi di giudizio assieme ad Alberto Franceschini, Mario Moretti, Giorgio Semeria, Roberto Ognibene, Susanna Ronconi e Martino Serafini, quale colpevole di duplice omicidio nelle persone di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Omicidio particolarmente vigliacco, in quanto le vittime erano disarmate, ed efferato, in quanto mio padre prima è stato ferito all’inguine e poi trucidato con un colpo in fronte».

Mazzola ricorda i tragici momenti in cui si trovò a contatto con il cadavere del padre e si rivolge agli organizzatori affermando che se avessero passato una situazione simile «sarebbero forse più cauti nel dire che Renato Curcio ha pagato il suo debito con lo Stato e che è come uno di noi, di certo non come me e i miei fratelli. Ho letto che secondo gli organizzatori Curcio non ha parlato di terrorismo ma ha intrattenuto l’uditorio su problemi del lavoro. È un argomento che lui conosce bene da tempo e in tutte le sue sfumature, forse non è inutile sapere che il duplice omicidio dopo il fatto è stato qualificato su Controinformazione, pubblicazione a cura delle Brigate Rosse, come semplice “incidente sul lavoro”. Bell’esempio di lavoro».

«Come non esistono gli ex morti – conclude il figlio di Giuseppe Mazzola – così simmetricamente non esistono gli ex assassini. Tutta la mia solidarietà ai cittadini di Torre Boldone che sono certo non meritano tutto questo».

#lago #garda domenica scorsa

#lago #garda domenica scorsa

#torri del #benaco, domenica scorsa #lago #garda

#torri del #benaco, domenica scorsa #lago #garda

#firma online per pretendere dal #prefetto finalmente #trasparenza sul business dell’accoglienza di #marenostrum! Chi non firma è un #clandestino ;)

35 euro al giorno per 1 mese sono 1050 euro, più di quanto messo a disposizione, come ammortizzatore sociale, per un cassaintegrato a zero ore.

35 euro al giorno è più di quanto dispongono oltre 2 milioni di pensionati italiani (dati INPS 2012) per vivere e sopravvivere.

100 mila sbarchi previsti nel 2014 nell’ambito di Mare a Nostrum sono un terzo nel numero complessivo di esodati lasciati senza un reddito dalla riforma Fornero.

1 MILIARDO DI EURO NEL 2014 PER L’OPERAZIONE MARE NOSTRUM, VOGLIAMO SAPERE A CHI VANNO E COME LI SPENDONO. BASTA AL BUSINESS DELL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA FATTO SULLE NOSTRE TASCHE E SULLA NOSTRA PELLE!

Chiediamo che vengano divulgate dal Prefetto di Bergamo, tempestivamente e con la massima trasparenza:

1) le presenze di extracomunitari dislocati in Bergamasca nell’ambito di Mare Nostrum, comprese le rispettive nazionalità e le condizioni sanitarie;

2) le relazioni periodiche degli organismi incaricati della loro gestione per una corretta informazione rispetto a quanto avviene in strutture che non sono vigiliate da alcuna autorità pubblica;

3) tutte le spese sostenute e rendicontate dagli enti incaricati della gestione per il loro mantenimento a carico dello Stato, con una contabilità chiara secondo il modello del controllo di gestione;

Crediamo sia un nostro diritto di cittadini avere queste informazioni, ma soprattutto un obbligo del rappresentante del Governo rendere conto di come si utilizzano somme così ingenti di denaro pubblico per un’attività come quella in corso senza precedenti in Europa.

Firma QUI !!!